giovedì 20 febbraio 2014

Mille lire al mese - Vita quotidiana della famiglia nell'Italia Fascista di Gian Franco Vené

Fatevi venire la curiosità nel conoscere la vita degli italiani nel periodo fascista; avrete modo di scoprire un sacco di cose interessanti e soprattutto illuminanti.
Questo libro è stato una vera sorpresa, una bella sorpresa: un libro ricco di storia, di quella vera, di quella vissuta.

E ho fatto di tutto perchè non volevo finirlo subito e così me lo sono centellinato sino all'ultima riga! Un gran bel libro, scritto benissimo, senza troppe date e riferimenti politici, rivolto alla vita quotidiana in tutti i suoi risvolti del ceto medio-basso nel periodo precedente alla seconda guerra mondiale.

Avvincente e dettagliato, mi è piaciuto tantissimo e offre un ricordo del movimento fascista che non è stato affatto negativo per certi versi, riguardo a ciò che ha offerto agli italiani in quel particolare periodo del ventesimo secolo. Vené affronta i lati negativi e quelli positivi con soprendente lucidità senza essere di parte, e ne viene fuori un libro curatissimo e ricco di dettagli che tutti dovrebbero leggere, per ricordare...



Vi dò un assaggio di questo libro direttamente qui nella recensione, ma a breve troverete altri passaggi sotto l'etichetta 'Frammenti di libri'.

Capitolo: Bagni e bandierie
Nelle città italiane c'erano assai più banidiere che stanze da bagno. Alla vigilia del solenne decennale della rivoluzione fascista, nel 1931, un censimento nei capiluoghi rivelò che su cento appartamenti 88  non disponevano di un angolo dove assolvere igienicamente alle impellenze fisiologiche.
Era il primo problema del mattino. Ma era poi un vero problema?
Le persone capaci di ricordare la vita di allora affrontano questi particolari con sorrisi di compiaciuta nostalgia: nè la demagogia del regime si spinse al punto da sollecitare i padroni di casa a costruire gabinetti per gli inquilini.
A turno i gruppi familiari si accomodavano negli stanzini ricavati sui ballatoi: ciascuno conosceva le abitudini degli altri, la regolarità intestinale non era soltanto un fatto di salute ma anche di buona convivenza.
Il fetore dell'ambiente si disperdeva attraverso una feritoia al di sopra dell'uscio. Ogni famiglia disponeva della chiave, diversa di ballatoio in ballatoio: questo per evitare che dal piano di sopra o da quello di sotto ne approfittassero gli abusivi. La pulizia era affidata alle donne.
Il wc era un miraggio sconsiderato, riservato alle cse davvero signorili dove la stanza da bagno esisteva. Che la tazza fosse un lusso si capiva subito dall'aspetto: era di maiolica a fiori, di solito rosa e azzurri. I gabinetti comuni erano invece alla turca o più spartani ancora: una specie di scalino di cemento in mezzo al quale si apriva un buco. Niente sciacquone; una vecchia scopa era a disposizione dei più schifiltosi o dei meglio educati. Sul buco, un coperchio di legno con un lungo chiodo per maniglia.
La carta igienica era proprietà personale, ma appesi a un gancio si trovavano quasi sempre brandelli di giornale o carta da macellaio, resistente, spessa e spugnosa. Una mano anonima, regolarmente, tracciava  col gesso sul retro della porta, nel punto più visibile per chi si serviva del buco, una massima di saggezza popolare a tutt'oggi non dimenticata: <Non si dice di far centro, ma si prega di farla dentro>.
Tra i gabinetti di città e gabinetti di campagna la differenza non era poi molta se il bugigattolo era di legno o in muratura e serviva a più famiglie. I contadini più pratici, però, costruivano soprattutto d'estate gabinetti provvisori scavando una grossa buca per terra, sistemandovi sopra un paio di assi e proteggendo il proprio pudore con pareti di fronde.
Appassite le fronde col trascorrere della stagione, la fossa veniva colmata se ne usava il contenuto come fertilizzante e se ne scavava un'altra in un luogo più riparato.
Qualcuno ha scritto che la civiltà del bagno, ossia della stanza da bagno privata e completa fu in Italia un prodotto della seconda guerra mondiale: i bombardamenti  distrussero i bugigattoli fetenti insieme con le case e la ricostruzione nazionale ammodernò l'igiene. E' un fatto che durante i primi anni della seconda guerra, quando il regime raccomandò lo sfollamento delle città, le famiglie che si trasferirono nei paesi e nelle campagne non avvertirono troppo la differenza dei servizi igienici: al massimo parve loro di essere tornati indietro di un decennio.
Nel 1937, tale Bertarelli che distribuiva  suggerimenti di economia domestica attraverso  i giornaletti aziendali, raccomandava: <Non si accettino gabinetti che non hanno almeno un piccolo lavabo. Le mani debbono sempre potersi lavare dopo i propri bisogni corporali>. 
Correva già l'anno XV dell'era fascista e se gli italiani necessitavano ancora di certi consigli significa che l'idea di coniugare i servizi igienici non era poi così' assimilata. Sicché il primo problema del mattino sussisteva.
La diffusione dell'acqua corrente, argomento decisivo negli annunci economici che offrivano un appartamento in affitto, e la glorificazione dell'acqua come prova della nuova civiltà (<L'acqua è il segno vivo dellanobiltà educatavia, e la civiltà di un popolo si giudica assai bene dalla quantità di acqua che esso consuma> ammoniva Bertarelli) misero addosso alla piccola borghesia italiana lo scrupolo di lavarsi di più e odorare di meno.
In qualche casotto-gabinetto comune si cominciarono ad applicare, insieme ai primi sciacquoni, piccoli lavandini di ferro smaltato, ma nessuno osava restare là dentro più a lungo del necessario, per cui bisogni corporali e pulizia della persona continuarono ad andare distinti.


Nessun commento:

Posta un commento