mercoledì 30 aprile 2014

Quid pro quo

"Quid pro quo"
Quid pro quo che?!
Latino ragazzo. Non esistono lingue morte, ma solo cervelli in letargo.

'L'ombra del vento' C. L. Zafon

lunedì 28 aprile 2014

The Road

Chi ha mai sentito parlare di questo film?! Io no e quando l'altra l'altro giorno ho avuto la bella pensata di coinvolgere mio marito nel vedere 'The Road' non avrei mai creduto che una pellicola potesse sconvolgerci tanto. Credevo fosse un po' noioso ma già dai primi minuti si è rivelato oltre che avvincente anche sconvolgente, e onestamente non riesco a togliermi dalla mente parecchie scene, le ho sempre lì...davanti agli occhi, dentro la mente, e più ci penso più mi faccio domande.
Si, perchè questo è un film che ti fa porre tante, troppe domande; è un invito a rivedere tutti i valori e i principi che muovono la nostra civiltà mentre il territorio dove noi poggiamo i piedi si sgretola sotto i nostri occhi. 

La trama è questa: 
In un futuro post-apocalittico - dove il mondo è stato trasformato in un luogo freddo, buio e crudele - un padre e suo figlio attraversano a piedi gli Stati Uniti, in cerca dei pochi avamposti di civilizzazione ancora esistenti. Mentre cerca di proteggere il suo bambino dagli assalti dei predoni e dei cannibali che infestano il territorio, l’uomo (malato e conscio di essere vicino alla morte) racconta al figlio la propria vita, ed il mondo com’era prima del cataclisma. 




Non voglio commentare regia e fotografia, che non mi competono affatto, io guardo il film nel suo globale, dove ciò che mi colpisce maggiormente, oltre ai protagonisti, alla loro bravura e capacità di coinvolgere lo spettatore regalandogli emozioni e brividi, è la storia e ciò che trasmette: il film inizia con una quasi assenza di colore, a parte il grigio...La Terra ha subito un evento distruttivo, una calamità non meglio precisata, e un uomo con suo figlio cercano di sopravvivere; inizialmente si erano barricati in casa dove la moglie aveva dato alla luce il secondo figlio che probabilmente non è sopravvissuto al parto. La moglie non riesce ad accettare la situazione, al fatto di dover essere segregati in casa, cercando di non dare nell'occhio per non attirare altri essere umani. Fuori non c'è più nulla, gli animali sono scomparsi, ogni tipo di vegetale è come bruciato, e gli uomini si mangiano tra di loro.
La moglie decide di uscire dalla casa e di andare a morire fuori...non vuole che il figlio o il marito possano assistere alla sua fine e implora il marito di prendere il bambino e di andarsene...
Rimane l'uomo con il figlio che non vuole darsi per vinto e si incammina con il piccolo verso sud, verso la costa, pensando di trovare una minima forma di civilizzazione per potergli dare una speranza, una nuova vita.
Questo film racconta il loro viaggio: in uno scenario dove non c'è altro che desolazione e freddo... un freddo micidiale che purtroppo ha minato la salute del padre. Quest'uomo fa di tutto per proteggere il suo figlioletto, mostra una tenerezza infinita, un amore smisurato...Il solo gesto di coprirlo con la copertina per proteggerlo dal gelo, di baciarlo sulla fronte per scacciare la paura, sono gesti normali e naturali ma in quel frangente hanno una connotazione diversa, più intima e profonda.
Raccolgono e mangiano scarafaggi e se li dividono come se stessero mangiando qualcosa di speciale; in un mondo dove non c'è più nulla di cui cibarsi quello è il loro lusso.
In ogni minuto del film il padre mostra, senza dover dare una lezione spiegata, al figlio come tirare avanti; lo fa perchè vede che dentro al piccolo serpeggia la speranza, la bontà, la voglia di condividere, ma per il padre questo è uno sbaglio e lo sprona a ad indurirsi.
Bellissima è la scena dove incontrano un vecchio e dopo molte insistenze da parte del bambino, il padre accetta di dividere con lui del cibo che avevano trovato in una casa; durante una camminata il piccolo stringe la mano del vecchio ma il padre lo scopre e gli intima di non farlo, allora lui la lascia. O come quella dove, mentre il padre si allontana dal figlio e questo si addormenta, un uomo di colore ruba loro tutto ciò che avevano. Il padre appena scopre l'accaduto si carica in spalla il figlio e corre disperatamente per trovare l'uomo e non appena lo raggiungono preso dalla rabbia vorrebbe ucciderlo, ma è sempre il figlio che lo ferma e gli dice di non farlo, che anche quell'uomo ha fame e devono aiutarlo. Il padre non lo ascolta, fa spogliare completamente l'uomo di colore e se va con il ragazzo lasciando l'uomo completamente nudo lì al freddo; il figlio lo implora di restituirgli gli abiti e quando finalmente il padre si arrende, vanno a cercarlo e oltre agli abiti gli lasciano una lattina di cibo...ma l'uomo non c'è più.
Queste due scene sono significative e molto intense; i dialoghi stessi dicono tutto!


Ovviamente il finale non è lieto ma non voglio aggiungere altro, dovete vederlo!
E' un film dove il senso di smarrimento e di disperazione lascia un segno tangibile e oltre agli eventi narrati nella pellicola mi viene spesso da pensare che se dovesse mai succedere una cosa di questo genere, la nostra umanità verrebbe schiacciata dall'istinto di sopravvivenza?
I nostri bisogni primari potrebbero convivere con il senso di umanità e di aiuto reciproco? Saremo all'altezza di poterci definire esseri civili? O ci ridurremo ad un branco selvaggio e senza più principi morali?
E' vero che sopravvive il più forte, ma il più forte dovrebbe aiutare il più debole...sempre se ci sono i presupposti per farlo però: dove le fonti di cibo sono esaurite, e tutto ciò che si trova e pari a 1 su un milione, ho i miei dubbi che il sentimento di condivisione e di aiuto possa trovare posto nel cuore di un uomo.
'The road' è un film 'forte', 'duro', mi ha veramente turbato per l'incisività del messaggio che porta con se ma devo dire che oltre a questo, l'ottima riuscita della pellicola va soprattutto all'interpretazione del protagonista principale Viggo Mortensen, nel ruolo del padre, e di Kodi Smit-McPhee, nel ruolo del figlio; sono stati veramente straordinari nella loro interpretazione e non nego che qualche lacrimuccia mi sia scesa grazie a loro!






mercoledì 9 aprile 2014

E se a scuola ci andassimo a trent'anni?!

4 febbraio 2009

In tanti anni di insegnamento ho avuto solo una breve supplenza alle serali, ma è stata un'esperienza rivelatrice. Adulti seri, motivati, rispettosi, che ti fanno capire come il percorso dell'istruzione sia completamente sbagliato: a quindici anni si dovrebbe andare a lavorare, possibilmente un bell'impiego di fatica che tolga i grilli dalla testa, e a trenta tornare a scuola.
Facciamo le cose all'incontrario e i risultati si vedranno.
Purtroppo non ho più potuto ripetere quell'esperienza, perchè i pochi che hanno un incarico al serale se lo tengono stretto (niente preside fra i piedi, sabato sempre libero). Per fortuna che questo è un diario che non ho intenzione di mostrare a nessuno, altrimenti anche altri colleghi, leggendo queste righe,  verrebbero a conoscenza delle delizie del serale, e ci sarebbe da sgomitare ancora di più per ottenere un posto.

tratto da...'Perle ai porci' di Gianmarco Perboni

lunedì 7 aprile 2014

Le nuove parole: colate di vaselina!

Io sono una gran amante dei libri, viaggio sempre con un volume nella borsa e me lo leggo con avidità nelle “pause morte” bevendomi le parole e annotandomi i passi più significativi; ma mi segno anche le parole “d'antan' quelle che attualmente sono cadute in disuso, ma che sarebbe così bello poter risentire perchè arricchiscono il nostro lessico in modo meraviglioso.
Ultimamente, non so se ci avete fatto caso, ma penso che chi come me è nato prima degli anni ottanta, possa ricordarsi di certe parole e di come sono stati cambiate oggigiorno.
Per esempio, vi ricordate come si chiamava la prima persona che incontravate appena suonava la campanella della scuola? Quella che vi apriva la porta per intenderci...Si, proprio quella! Il bidello!!! O la bidella se magari era una donna...
Oggi rischiate di andare nei guai se lo chiamate così: per non offendere questa classe lavorativa si è pensato bene di nobilitarne il nome ed ora si chiamano operatori scolastici.

Purtroppo nel nostro paese non riuscendo a migliorare le condizioni economiche di determinate categorie di lavoratori si è optato per elevarne il lessico; in questo modo lo spazzino è diventato inizialmente netturbino per poi essere definito operatore ecologico, la domestica è diventata la collaboratrice familiare, il semplice facchino ora è il portabagagli e il secondino diventa agente di custodia per poi passare ad operatore penitenziario.

Il lavoro è lo stesso, la paga idem!
La rivoluzione lessicale non è per tutti intendiamoci; per i ciechi è rimasta la locuzione 'non vedenti' (peccato per i sordi che non possano beneficiare del titolo di 'non audienti') mentre gli inabili, tolta la bruttissima parola handicappato che comunque rimane sempre nei nostri dizionari, la si è rivoltata in 'portatore di handicap' come se l'handicap sia al pari di una valigia, e quindi la si possa portare dove si vuole e lasciare dove ci pare.

Un'altro termine fighissimo (e qui è doveroso fare un plauso a chi ha coniato questo termine) è quello dell'impiegato postale che riveste la qualifica di incaricato di pubblico servizio se è addetto alla regolarizzazione, mediante affrancatura, dei bollettini dei pacchi da restituire al mittente, e alla tenuta di un apposito registro nel quale annotare i dati identificativi di ciascuna operazione, di attività di natura non meramente applicativa od esecutiva. Sicuramente è un incarico che doveva essere assolutamente rivalutato...lessicalmente!

Altre variazioni sul tema 'rivoluzione lessicale sono quella del rappresentante di medicinali che diventa 'informatore scientifico', o si parla di 'riallineamento monetario' la svalutazione della moneta, mentre la disoccupazione diventa di botto 'manodopera disponibile'.
Cambiamo le parole, ma le cose restano sempre le stesse.

E molto spesso la variazione dei termini porta a risultati penosi specialmente in un settore, come quello scolastico; si è andati a sostituire il voto considerato discriminatorio e anche razzista (???) con dei giudizi verbali atti ad addolcire la severità del giudizio espresso. Tolti anche il 'sufficiente e insufficiente' si è andati a consultare il dizionario dei sinonimi per trovare la parola che tolga gli imbarazzanti voti antiquati: se uno studente non è una cima si indica che 'soffre di una discrepanza tra capacità intellettiva e ritmi operativi'. Non segue le lezioni? Allora si scriverà che 'prevalgono interessi extrascolastici'. Porta animaletti a scuola? E diciamo che 'lo attira l'ecologia'.
Se invece passa il tempo a giocare a carte con il compagno di banco, si dirà che 'dimostra attitudine al lavoro di gruppo'.

Mi riservo di implementare questo post con altri termini, e me ne saranno sfuggiti chissà quanti mentre scrivevo: se leggendo vi viene in mente qualche altra parola 'arricchita' non esitate a scriverlo, sarà divertente annotare queste colate di vaselina sui vocaboli.
:-)))